Non un semplice progetto scolastico, ma un percorso capace di intrecciare lingua, tradizioni e memoria collettiva: si è concluso a Caltanissetta “Non solo Mizzica – Alla scoperta della lingua siciliana”, iniziativa che ha coinvolto 480 studenti del territorio in un’esperienza formativa fuori dagli schemi.
L’atto finale si è svolto nell’auditorium del Liceo Classico “Ruggero Settimo”, capofila del progetto finanziato dalla Regione Siciliana e realizzato in rete con gli istituti comprensivi “G. Carducci” di San Cataldo, “Don Milani” e “Caponnetto-Sciascia” di Caltanissetta. Alla guida del percorso l’associazione Naponos Teatro Etico APS, con la direzione operativa affidata alla presidente Diletta Costanzo.
Al centro del lavoro, la lingua siciliana intesa come chiave di accesso all’identità culturale. Grazie anche al contributo della professoressa Marina Castiglione dell’Università di Palermo, gli studenti hanno affrontato uno studio filologico del dialetto, scoprendone le stratificazioni storiche e le molteplici influenze. Particolare attenzione è stata dedicata alle componenti greche, latine, arabe, germaniche e normanne che compongono il mosaico culturale dell’isola, mettendo in evidenza anche le differenze tra le parlate locali. “La vera difficoltà è il dialetto siciliano che è diverso, non soltanto da provincia a provincia, ma anche da paese a paese – ha spiegato Diletta Costanzo –. Ogni zona della Sicilia è diversa, ogni provincia, ogni piccolo paese ha la capacità di avere una lingua differente”.
Dal piano linguistico si è passati poi a quello esperienziale, con un’immersione nelle tradizioni popolari e nei mestieri. Tra i momenti più significativi, l’incontro con l’Opera dei Pupi grazie al mastro puparo siracusano Daniel Mauceri, che ha portato in scena “Angelica, inganni e duelli a Parigi”. “Vogliamo far capire ai più giovani che abbiamo un patrimonio ricchissimo e ancora attuale – ha sottolineato Costanzo – capace di insegnare tanto anche oggi”.
L’esperienza è stata resa ancora più concreta dai laboratori, in cui i ragazzi hanno potuto osservare da vicino le tecniche di costruzione dei pupi e realizzarne uno proprio. Le attività hanno incluso anche lo studio dei materiali tradizionali, dal legno alla lavorazione dei metalli fino alla cartapesta, un lavoro che ha suscitato interesse e partecipazione. “A differenza di quanto si possa pensare, c’è stata molta curiosità, soprattutto per l’Opera dei Pupi – ha aggiunto la presidente –. I ragazzi hanno potuto vedere da vicino come nasce un pupo e cimentarsi nella costruzione, entrando in contatto con un artigianato molto particolare”.
A fare da filo conduttore dell’intero percorso è stata la produzione teatrale “Tata Cettina – Storia dell’educazione del Sud”, scritta e diretta da Costanzo, che nello spettacolo ha interpretato un ruolo e ha manovrato Palidda, il burattino di una pala di fico d’india. Uno spettacolo costruito intrecciando diversi linguaggi espressivi – dal teatro di figura alla prosa, fino al mimo, al canto e alla danza – per raccontare tradizioni, miti e pagine più complesse della storia siciliana. “Il teatro ha tante forme di espressione e abbiamo scelto di utilizzarle tutte – ha spiegato la presidente – perché crediamo che un progetto come questo debba coinvolgere più linguaggi possibili”. Proprio in questa direzione si inseriscono anche le danzatrici Manuela Cumbo, Maria Rita Vitello e Roberta Lo Monaco, insieme al mimo Lino Pantano, che hanno contribuito alla costruzione di un impianto scenico multidisciplinare. Nel lavoro teatrale hanno inoltre preso parte Sefora Bello nel ruolo di Tata Cettina, Angelo La Rosa per la componente letteraria e gli interpreti Liliana Carletta, Andrea Zimarmani e Sofia Cazzetta, con la partecipazione del piccolo Ranieri Privitera.
Attraverso i personaggi di Tata Cettina e del burattino Palidda, sono emersi racconti legati ai riti popolari e alle leggende dell’isola, ma anche temi più duri, come quello dei “carusi”, i bambini impiegati nelle miniere sin da piccoli, offrendo agli studenti uno spaccato della storia sociale spesso poco conosciuto.
Soddisfazione anche da parte della dirigenza scolastica. “Ho accolto questo progetto perché iniziative di questo tipo non solo ampliano l’offerta formativa, ma permettono un apprendimento situato, significativo e autentico per i nostri studenti – ha sottolineato la preside Rossella Maria Rindone –. Rafforzano il legame con il territorio e contribuiscono a costruire senso di comunità, appartenenza e identità, che è il fine ultimo della scuola”.
Un percorso che, tra studio e sperimentazione, ha permesso agli studenti di riscoprire le proprie radici, trasformando la didattica in un’esperienza viva e condivisa