Nel suo “Cristo in croce”, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges ‒ molto amato anche da papa Francesco il quale ebbe modo di conoscerlo ‒ lasciava un’immagine intensa della figura del Crocifisso:
“La nera barba pende sopra il petto.
Il volto non è il volto dei pittori.
È un volto duro, ebreo.
Non lo vedo e insisterò a cercarlo
fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra”.
Da questa visione prende avvio una riflessione sul presente espressa dal sancataldese prof. Vincenzo Siracusa: “Cosa rimane, oggi, dell’antica pietà popolare in una città profondamente trasformata, forse persino disorientata? Durante la Settimana Santa, quello spazio collettivo fatto di memoria e tradizione torna a vivere, come una “piazza” ideale popolata di voci antiche che non si spengono. A parlare sono i volti e le storie della gente, raccolta in un’attesa silenziosa: l’attesa di incrociare lo sguardo della Madre Addolorata che, insieme al discepolo Giovanni, alle prime luci del giorno incontra il Figlio sofferente lungo il cammino verso il Calvario, luogo del verdetto finale”.
Quel silenzio, carico di significato, si può interpretare con le parole del teologo protestante Martin Keller: ”Il Cristo reale, cioè il Cristo efficace, quello della storia dei popoli, col quale milioni di uomini hanno intrattenuto un rapporto di fede filiale, il Cristo reale è il Cristo predicato non, in qualche modo, il Gesù di cui si parlava e quindi il Cristo della fede”.
Per Vincenzo Siracusa: “Il mattino del Venerdì Santo si configura così come il tempo del Verbo incarnato che si rende visibile attraverso una fede vissuta e tramandata. Lungo la tradizionale “via dei misteri” si può leggere, quasi in filigrana, la prospettiva della Teologia Dialettica di Karl Barth, per il quale Cristo è anche “parola per noi”, espressione viva di una comunità che si riconosce unita nel Figlio di Dio. A chiarire ulteriormente questo legame tra fede e popolo, è il pensiero dell’esegeta Hans Conzelmann, che parla di una “cristologia vissuta”, radicata nell’esperienza concreta di una comunità che custodisce la propria storia”.
In questo contesto si inserisce San Cataldo, dove la tradizione della pietà popolare continua a interrogare il presente e a confrontarsi con le domande fondamentali dell’uomo. Come ricordava il teologo Dietrich Bonhoeffer: “Ma Cristo è il centro che coagula tutte le domande del mondo e che dona l’unica risposta possibile a queste domande. Cristo è al centro della creazione, è il mediatore della giustificazione per l’uomo, è colui che riconcilia l’uomo nella storia e colui che libera. Cristo ci rivela Dio, centro della storia e del mondo”.
Da qui nasce l’invito, rivolto alla comunità sancataldese, a custodire uno sguardo contemplativo sulla Settimana Santa, secondo l’insegnamento del teologo Romano Guardini: “La fede Cristiana che abilita ad un tale sguardo, cioè noi abbiamo una nota in più; questa nota in più ci permette di avere uno sguardo più comprensivo e di cogliere anche negli angoli più nascosti qualcosa in cui la verità ultima si è manifestata e in cui possiamo cogliere ancora dei germi di verità, in quanto la fede cristiana permette di assumere lo sguardo di Cristo”.
Sulla stessa linea si colloca ‒ secondo Siracusa ‒ la riflessione del teologo Joseph Ratzinger (futuro papa Benedetto XVI), che invita a guardare oltre il dolore visibile del Crocifisso:
“L’invito a guardare il Crocifisso non è solo un invito a contemplare un dolore umano, ma a riconoscere in quel costato squarciato l’apertura stessa di Dio. Nel gesto della lancia che trafigge il cuore di Gesù, si compie l’ultima rivelazione: Dio non è un potere remoto, ma un amore che si lascia ferire. […] Guardare al Crocifisso significa, dunque, vedere la sorgente della vita che vince la morte non con la forza, ma con la vulnerabilità dell’amore”.
La Settimana Santa sancataldese, e in particolare il Venerdì Santo mattutino, si colloca in una dimensione che richiama l’eternità, come suggerirebbe il “sommo poeta” Dante Alighieri: un tempo sospeso in cui si rinnova il cuore del Cristianesimo, l’incarnazione di Dio dentro la quale si riflettono i nostri volti scolpiti nella Trinità.
A chiudere questa riflessione è la voce del teologo David Maria Turoldo ‒ autore molto caro a Vincenzo Siracusa ‒ che nei suoi versi restituisce tutta la drammaticità del mistero pasquale:
“No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù!
Quando non una eco risponde al suo alto grido
e a stento il Nulla dà forma alla tua assenza”.