promo webcam caltanissetta antenna rai Necrologio di un’utopia pubblica: addio all’Antenna RAI di Caltanissetta promo webcam caltanissetta antenna rai Necrologio di un’utopia pubblica: addio all’Antenna RAI di Caltanissetta

Necrologio di un’utopia pubblica: addio all’Antenna RAI di Caltanissetta

Sono in corso in queste ore i lavori di demolizione dell’antenna più alta d’Italia- Ma è davvero solo “ferraglia in meno”? In questo dossier, Giulio Panettiere racconta come Caltanissetta perda l’occasione di trasformare un simbolo della memoria collettiva in spazio pubblico, cultura viva e orgoglio di un’intera comunità contro le egemonie che marginalizzano il centro della Sicilia.
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Originario di Caltanissetta, Giulio Panettiere è uno studente ricercatore in Antropologia Sociale e Ambientale all’Università di Oslo.

La decisione del 18 giugno da parte del TAR di Palermo di respingere il ricorso del Comune di Caltanissetta, porta l’Antenna RAI di Colle Sant’Anna verso la demolizione nelle prossime ore, cancellando definitivamente la fine di un’era. Rai Way, il Comune di Caltanissetta, l’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana e la Soprintendenza locale, insieme alla politica e agli apparati burocratici, sono i protagonisti di una “responsabilità condivisa” che, ancora una volta, ha sancito a tavolino il declino di un territorio e della sua comunità.

Il piccolo capoluogo di provincia, al centro della Sicilia, non è da solo nella sua lotta contro processi diffusi di spopolamento delle campagne verso i grandi centri e della desertificazione demografica. Caltanissetta è un centro che diffrange, caleidoscopio di processi condivisi da molte realtà rurali di ogni sponda del Mediterraneo. Potenziale capitale di un distretto formato da paesi e realtà rurali della Sicilia centrale, avrebbe tutte le carte in regole per rappresentare la questione delle “aree interne”.

Caltanissetta non è unica nelle sue sfide, tutt’altro, ma unica è la sua reputazione non lusinghiera, anche ad opera delle molteplici amministrazioni che pur con tutte gli oggettivi limiti del caso non si sono mai dimostrate particolarmente lungimiranti nella gestione della città.

“Picchi sulu di turismu putissimu campari”

Da ormai decenni, il dibattito su come ‘salvare la città’ da un lento e inesorabile declino rispetto ai bei tempi andati di cui sempre meno cittadini rimangono entusiasti testimoni, si è mosso sulle linee della fiducia nel cosiddetto “sviluppo turistico” ispirato dal fenomeno in altre aree della Sicilia. Ogni amministrazione comunale che si ricordi ha fatto propria la narrazione missionaria della necessaria e salvifica turistizzazione dei beni culturali, investendo in grandi proclami sul potenziale geografico della città nell’isola, quasi come fosse la posizione strategica di Caltanissetta l’unica risorsa per competere con le ben più note aree costiere che attraggono crescenti numeri di visitatori ogni anno.  Rimane, tuttavia, l’urgenza di una riflessione critica su quali siano le priorità di una realtà urbana che voglia in primo luogo essere vivibile ed apprezzata dai suoi abitanti ogni giorno, mettendo in secondo piano la desiderabilità turistica tanto mistificata.

Caltanissetta primati non ne ha, se non quello di finire agli ultimi posti di ogni classifica sulla qualità della vita nelle province italiane. Ed è per questo che la relativamente recente epopea dell’antenna RAI dimostra che questa sia l’ennesima mancata occasione che la città avrebbe avuto per diventare comunità, nutrendo la propria autostima, il proprio senso del bello e di conseguenza la propria ragione d’essere. Che come per tutte le comunità non sono dati, ma crescono tramite la cura e le pratiche di chi le abita. E’ invece sconfortante in questi giorni ascoltare le opinioni che corrono tra molti concittadini, emigrati al nord,  all’estero e non, che si ritengono pronti a festeggiare l’abbattimento dell’antenna RAI con plausi e fischi, allo slogan di “un po’ di ferraglia in meno”. Chi si esprime così spesso critica l’elezione dell’Antenna a simbolo del capoluogo, insistendo sull’urgenza di valorizzare le ben più meritevoli aree archeologiche e le ben note miniere del territorio nisseno.

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Eppure, con un patrimonio archeologico museale di assoluto valore ma in corso di eutanasia d’abbandono, e un patrimonio storico culturale che non è mai stato creativamente rinegoziato nel corso degli anni, la demolizione dell’antenna non dovrebbe essere accolta come una buona notizia. Gli ormai utopistici piani per il recupero dell’area e la creazione di un parco-museo della storia delle radiocomunicazioni nei locali del broadcaster di stato sulla collina sant’Anna, avrebbero conferito dignità alla storia dell’Antenna Rai più alta d’Italia posta in una cornice paesaggistica di rara bellezza con vista a 360 gradi sui maggiori rilievi dell’isola.

Attraverso una buona realizzazione, una tale ‘Utopia pubblica’, tanto promessa quanto idealizzata nel susseguirsi di amministrazioni comunali poco intraprendenti, avrebbe rappresentato la diversificazione dell’offerta culturale del capoluogo e l’occasione per la cittadinanza di custodire e apprezzare un fiore all’occhiello della propria storia praticando un senso di “libertà semiotica” (Eriksen, 2023) che esiste nella possibilità di frequentare uno spazio pubblico flessibile e aperto a diverse pratiche d’uso.

Esistono però buone ragioni per pensare che questa “utopia pubblica” non sarebbe stata poi una così grande utopia. Chi scrive è originario di Caltanissetta ma risiede ad Oslo, capitale della Norvegia, una città che ha fatto del proprio passato industriale (con i suoi quartieri operai e mercantili) la base di uno sviluppo urbano improntato alla coabitazione tra soggetti liberi di fare esperienza creativa del proprio diritto alla città (Lefebvre, 1968). E sarebbe ancora più rilevante in questo caso guardare alla storia del sito UNESCO della stazione radio di Grimeton, nei pressi di Goteborg in Svezia, la cui rilevanza storica per le telecomunicazione tra uomini che abitano in diverse parti del mondo è riconosciuta come parte integrante del patrimonio svedese e umano in tutto il mondo. Ad oggi, Grimeton è uno dei siti più visitati dell’intera Svezia che ne ha nel tempo valorizzato il valore storico, tecnologico ed antropologico.

Salvare la "Gigante": a Caltanissetta, cittadini e consiglio comunale contro la demolizione dell'Antenna RAI
Foto di Stefano Orlando – © ViU News

L’antenna RAI di Caltanissetta, con la sua trasmissione di radio frequenze in tutto il Mediterraneo, racconta una storia di valore equiparabile. Eppure, nonostante anni di dibattiti più o meno impegnati sulla sua patrimonializzazione, nulla è stato mai concretamente progettato (nemmeno con la grande opportunità dei fondi europei) e stiamo oggi per assistere all’abbattimento di un bene potenziale, utopia pubblica, a causa della persistente mancanza di manutenzione che avrebbe nel tempo reso l’antenna insalvabile (volendo fidarci degli studi di parte di Rai Way sulla messa in sicurezza della stessa). 

Caltanissetta rimane una comunità con la responsabilità di educare sé stessa prima di potere anche pensare alla condivisione della valorizzazione. I servizi alla comunità, come la libera fruizione del patrimonio culturale, non dovrebbero essere potenziati sul modello del turista feticcio e a suo vantaggio, ma dovrebbero essere disponibili alla fruizione della comunità prima di ogni altra cosa. Così, il fantomatico parco RAI sulla collina Sant’Anna ed il museo delle Radiocomunicazioni avrebbero potuto rappresentare l’opportunità di un’opera pubblica aperta a tutti gli abitanti di uno spazio condiviso dedicati alla costruzione quotidiana di un senso di comunità di cui armarsi per fare fronte alle alienanti sfide del nostro tempo.

Se si tollera che le antenne MUOS continuino ad esistere nel territorio di Caltanissetta, vettore strategico essenziale per le comunicazioni militari statunitensi nella “gestione” dei conflitti nel Mediterraneo e nel vicino oriente; se la Sicilia ed i suoi abitanti rimangono terra d’uso destinata al miglior offerente che di rado ha il benessere dei locali tra le priorità; e se il cambiamento climatico continua ad erodere l’arido centro dell’isola ed i suoi abitanti senza che troppi dubbi si ponga la classe dirigente nella gestione della crisi idrica o degli incendi che ogni anno devastano campi, pascoli e boschi, significa che l’isola e chi la abita continueranno ad essere trattati come vite di serie B, più sacrificabili di altre, con buona pace di coloro che si sono messi in prima fila per ottenere dignità davanti alle istituzioni.

Forse ad alcuni conviene che il simbolo scompaia senza troppo rumore?

La de-simbolizzazione dell’Antenna è un passo in avanti nella agenda di coloro che vogliono vedere la collina sant’Anna ripulita, lottizzata ed edificata.  Perché quando una comunità è definitivamente spogliata di ogni valore simbolico, è ancora più facile far capitolare gli agenti resistenti. Quelli che sul centro Sicilia hanno sempre lucrato potranno allora continuare a farlo mentre guardano il territorio bruciare per poi nutrirsi di cadaveri, come spesso accade in Italia, lasciando che una tradizione o un bene scompaia del tutto per poi feticizzarne la morte ed imbastire un’architettura di racconti che ne proclami il valore storico quando ormai è troppo tardi (Geraldi, 2015). Ed è così che agisce l’egemonia culturale (Gramsci, 1975), convincendoci subdolamente che l’antenna RAI non sia in effetti altro che un ammasso di ferraglia buona solo per la discarica. E quello che era diventato nel frattempo un emblema di orgoglio dal passato per la comunità, in un metaforico protrarsi verso l’alto invece che verso le viscere della terra, diventa ritratto di una mancanza di politica creativa e benintenzionata che distrugge i propri simboli se a qualcuno conviene, come da manuale del capitalismo mafioso in cui tanti sono costretti a fare casa.

L’Antropologia contribuisce a questo dibattito dimostrando che la vita delle persone sia molto più che una questione di strumentalità razionale. Le persone cercano una vita che valga la pena di essere vissuta, in un ambiente che sia pregno di significato per chi lo abita, perché il significato è tanto essenziale agli uomini quanto il cibo che mangiano (Geertz, 1973). E se è vero che ogni comunità è immaginaria (Anderson, 1983), così lo è anche ogni simbolo. Ma i simboli hanno implicazioni reali che non possono essere decontestualizzati da quelle culturali ed ecologiche di coloro che abitano un certo contesto. In questo senso, l’abbattimento dell’Antenna RAI è una distruzione del simbolo, una castrazione simbolica della comunità Nissena che viene privata di un altro bene storico, e un silenziamento del suo passato e coscienza collettiva (Trouillot, 1995).

L’antenna, e lo sforzo di una parte della comunità che si è spesa nella sua salvaguardia, era perciò diventata simbolo di resistenza contro egemonica alla narrazione unica di un centro Sicilia non povero, ma storicamente e strutturalmente impoverito da dinamiche imperialiste che hanno relegato la Sicilia ai margini dello “sviluppo” di cui gode il resto dei territori dell’Unione Europea. In fondo, Caltanissetta è oggigiorno un distretto agricolo, finanziariamente depresso, geograficamente remoto e marginale rispetto ai circuiti del turismo di massa della costa ionica o tirrenica. In rapido spopolamento, i residenti del centro Sicilia non partecipano alla produzione di capitale allo stesso modo degli abitanti della pianura Padana, o di qualsiasi altra grande area inter-metropolitana europea. Si spiega facilmente allora perché l’ideologia dello stato neoliberale consideri certe vite più sacrificabili di altre se non producono, se non contribuiscono direttamente all’auto sostentamento delle dinamiche di accumulazione del capitale coprodotto da molti ma controllato da pochi.

Muore un simbolo, si estirpa una comunità.

Quello che ci resta è sperare allora che la storia dell’antenna, possa essere ricordata come la felice vicenda dell’eutanasia collettiva di un simbolo senza un reale e particolare valore, decostruito senza particolari conflitti di interessi da parte degli attori coinvolti che celebravano l’apertura del ponte sul viadotto san Giuliano con tanto di Presidente della Regione e Ministro delle infrastrutture. Una “Storia Semplice” (Sciascia, 1989) che con buona pace di tutti (tutti quelli che non ne possono profittare, si intende) reclamavano la resistenza e restanza di un emblema come l’antenna Rai, unico primato positivo della disillusa comunità di Caltanissetta. Comunità che da sempre sopporta la strutturale mancanza di un cambiamento di narrazione sulla propria vocazione, di un investimento ben pensato in tal senso, e della possibilità di rispecchiarsi in una storia che non sia solamente fatta da dinamiche estrattive da parte e a beneficio di pochi:  l’accaparramento di terreni per l’installazione di parchi eolici e solari ad opera di multinazionali energetiche europee, la violenza occupante di infrastrutture militari NATO, disastri ecologici vecchi e nuovi, e la controversa possibilità di riapertura delle miniere del centro Sicilia. Tutti questi elementi segnano la cifra di un imperialismo strutturale perpetuato da una èlite globale che manipola le coscienze dei cittadini in modo tale che non diventino altro che attori passivi di un processo di espropriazione simbolica a cui non possono opporsi né resistere.

Necrologio di un’utopia pubblica: La morte dell’Antenna RAI di Caltanissetta
Foto di Stefano Orlando – © ViU News

Dovremo allora accettare un’altra volta che Caltanissetta venga ripulita, sistemata, collegata ed infine “sviluppata” secondo l’agenda di qualcuno che la realtà e l’essenza di vivere ogni giorno un territorio come quello del centro Sicilia non sa neanche cosa sia. Se l’Antenna non è un simbolo aspetteremo allora che vengano a fornirci condutture dell’acqua funzionanti, ferrovie e strade dignitosamente praticabili, politiche ambientali intelligenti e la demilitarizzazione di suolo pubblico. Solo allora avremo motivo di sperare che l’abbattimento non sia un ulteriore passo nella marginalizzazione delle idee, sensibilità, spiriti e corpi degli abitanti, e che le istituzioni smettano di riferirsi al ponte sullo stretto di Messina come unico mezzo attraverso il quale la Sicilia e tutto il subalterno meridione troveranno la propria via.

E se l’ennesima sfida per il capoluogo nisseno diventa l’ennesima tragica occasione persa, ci auguriamo almeno che l’ombra dell’antenna che fu perseguiterà come uno spettro le coscienze di coloro che avrebbero potuto prendere decisioni cruciali per la sua salvaguardia e valorizzazione, così come di quelli che sperano di guadagnarci sopra senza essere notati. Una società civile esiste, e noi continueremo ad osservare-partecipando.

Con buona pace di tutti, a memoria futura se la memoria ha un futuro.

Bibliografia

  • Eriksen, T. H. (2023). Perennial crisis and thae loss of flexibility. Anthropology Today, 39(2), 15-17.
  • Geertz, C. (1973). The Interpretation of Cultures: Selected Essays. Basic Books. 
  • Gelardi, G. (2015). Vivere di Manna. All’ombra dell’albero della vita, Arianna
  • Gramsci, A. (1977). Quaderni dal carcere. 1, Quaderni 1-5. Einaudi. 
  • Lefebvre, H. (1968). Il diritto alla città, trad. Morosato G.Ombre corte. 
  • Trouillot, M.P. (1995).  Silencing the Past: Power and the Production of History. Boston: Beacon
1 Commenti
  1. Complimenti per l’ articolo. Preciso, puntuale, pungente.
    A me è venuto di scrivere, su questa amara vicenda, qualche verso che qui incollo. Mi scuso per l’ improvvisazione nel contenuto e nella metrica, vado a “mano” e pensiero libero. Il componimento si intitola “Cartolina dal sud (che nessuno vuole spedire)”.

    È una città senza nome,
    una che ha perso pure l’accento,
    la cadenza della voce antica
    strozzata tra rotonde e promesse senza fede.

    Qui l’asfalto copre la memoria,
    ogni pietra o pezzo di ferro arrugginito si vergogna di raccontare chi fu,
    e chi avrebbe potuto essere.

    I palazzi del centro storico si sbriciolano come pane vecchio,
    le scuole e le strutture sportive cadono a pezzi,
    ma il Comune che è sempre lucido, anche nel distruggere un pezzo di archeologia industriale,
    profuma di interessi e strette di mano.

    Ogni voto ha un prezzo,
    ogni disastro un colpevole che ride.
    L’assessore al patrimonio intellettuale non legge,
    il sindaco promuove silenzi e oblio.

    Si fa festa coi fondi europei
    e si mangia a buffet sul fallimento.
    Intanto i giovani scappano,
    a nord dell’illusione,
    lasciando dietro un’eco di sogni murati.

    Qui non si fa progresso,
    ma si coltiva l’attesa:
    di un appalto, di un parente,
    di un favore da restituire.

    Il dialetto langue tra le sbarre
    di un’identità che nessuno reclama:
    tanto basta una sagra, un concerto,
    una processione per dimenticare.

    Città senz’anima,
    governata da chi guarda solo la poltrona,
    e la difende come ultima bandiera
    su una nave che affonda in uno stato di abbandono del pensiero e del sentimento.

    Questa non è una condanna,
    è l’autoritratto che nessuno ha il coraggio
    di appendere al muro.
    Ma è lì. A guardare. E a giudicare.

    @Max

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