Primo Maggio: Portella della Ginestra e la storia del bandito Giuliano. Il cinema che ha saputo raccontare

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La vicenda di Salvatore Giuliano, che con la sua banda spara sulla folla di manifestanti a Portella della Ginestra, il Primo Maggio del 1947, è uno dei pezzi della storia italiana (non solo siciliana) di cui il cinema si è a lungo “nutrito” per le trasposizioni su celluloide. Si è perlopiù trattato di pellicole non sempre coerenti con la verità storica, quanto piuttosto di prodotti a uso e consumo di un pubblico in cerca di facili spettacolarizzazioni e intrattenimento a buon mercato. Vale qui la pena fare una digressione per chiarire meglio questo aspetto.

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Il cinema girato in Sicilia ha vissuto una lunga e florida stagione, e in ciò ha saputo opportunamente rimestare nel calderone dei clichés, sfruttando una serie di luoghi comuni legati alla Sicilia e ai siciliani. Inutile dire che tale sfruttamento ha contribuito ad accrescere un’immagine già abbastanza compromessa dell’isola, in favore di interessi cosiddetti “di cassetta”. Ciò è stato vero soprattutto per quanto riguarda i film sul tema mafia, andando innegabilmente ad alimentare il pregiudizio. Una situazione di stasi che si è finalmente sbloccata solo a partire dalla fine degli anni Ottanta, con un’inversione di tendenza avvenuta grazie a un folto gruppo di cineasti locali (come Giuseppe Tornatore, Pasquale Scimeca, Aurelio Grimaldi, Daniele Ciprì e Franco Maresco), i quali hanno autorevolmente contribuito a smantellare il sistema basato sull’impostura costruito fino a quel momento.

Andando più indietro nel tempo, la cosiddetta Questione Meridionale, il brigantaggio, le rivolte contadine e il sempre crescente fenomeno mafioso (vero e proprio sistema fondato sul parassitismo e la connivenza) erano tutte tematiche non ancora affrontate con sufficiente lucidità e rigore analitico all’interno del panorama cinematografico italiano del secondo Dopoguerra. I registri leggeri e le narrazioni fortemente romanzate e melodrammatiche con cui tali questioni venivano trattate – come ne I fuorilegge (1950) di Aldo Vergano o Morte di un bandito (1961) di Giuseppe Amato – finivano per limitarne la comprensione, ostacolando la diffusione di una consapevolezza autentica e impedendo che gli aspetti più scomodi, controversi e talvolta scandalosi emergessero con la giusta chiarezza.

Con Salvatore Giuliano del regista napoletano Francesco Rosi (uscito nel 1962) si assiste, invece, a una svolta decisiva nel modo di rappresentare la realtà: vengono abbandonati tanto i sentimentalismi quanto gli artifici della finzione tradizionale, in favore di un approccio asciutto, quasi documentaristico, capace di aderire ai fatti nella loro concretezza. L’opera segna l’avvio del cosiddetto “cinema d’impegno civile”, configurandosi come uno dei primi e più riusciti tentativi di costruire una vera e propria inchiesta filmica sugli eventi che portarono alla morte del bandito di Montelepre, evidenziando al contempo le fitte connessioni tra mafia, apparati dello Stato e poteri istituzionali.

Primo Maggio: Portella della Ginestra e la storia del bandito Giuliano. Il cinema che ha saputo raccontare
Un fotogramma della pellicola di Francesco Rosi

Non si tratta, dunque, di una biografia in senso classico, bensì di una ricostruzione storica rigorosa e puntuale che, rinunciando alla linearità cronologica, mira a fare luce sugli avvenimenti e, al contempo, a insinuare dubbi laddove altri autori avevano preferito non spingersi. Per raggiungere questo obiettivo, Rosi sceglie di girare il film nei luoghi reali delle vicende, a stretto contatto con la popolazione locale. Le riprese si erano infatti svolte tra Montelepre e Castelvetrano, dove il 5 luglio 1950 venne rinvenuto il corpo senza vita del bandito. A rafforzare l’impronta verista contribuisce anche la scelta di un cast prevalentemente non professionista.

Con uno stile che richiama apertamente il Neorealismo – e che testimonia l’influenza di maestri come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti – la narrazione si sviluppa attraverso salti temporali, flashback e sequenze costruite con un taglio cronachistico. Il racconto abbraccia un ampio arco cronologico che va dai disordini seguiti allo Sbarco alleato in Sicilia fino all’omicidio, nel 1960, di Benedetto Minasola, figura mafiosa coinvolta nella repressione della banda Giuliano. Non a caso, il titolo provvisorio del film era Sicilia 1943-60, a sottolineare proprio la volontà di ricostruire un periodo storico segnato da eventi cruciali: dai rastrellamenti dell’esercito alla strage di Portella della Ginestra, dal Processo di Viterbo fino all’uccisione in carcere, con un caffè alla stricnina, del luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta.

La scelta, tutt’altro che casuale, di non mostrare mai Salvatore Giuliano se non da morto contribuisce a rafforzarne la rappresentazione simbolica. L’attenzione del regista si sposta così dalla dimensione individuale ai meccanismi di potere e alle relazioni opache – una vera e propria “zona grigia” – tra criminalità, politica ed economia.

Come osservò Leonardo Sciascia, relegando il protagonista nell’invisibilità, Francesco Rosi rese ancora più incisiva la sua accusa nei confronti della classe dirigente, pur contribuendo, al tempo stesso, ad alimentare presso l’immaginario collettivo il mito del bandito.

Il film fece, a ragion veduta, incetta di premi: un Orso d’argento al Festival di Berlino del 1962, tre Nastri d’argento nel 1963 e altri riconoscimenti minori.

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