Sutera, storia e tradizione nel Presepe Vivente che racconta la Sicilia antica

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© ViU News
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Nel quartiere del Rabato, a Sutera, il Presepe Vivente torna a trasformare vicoli, dammusi e cortili in un viaggio nella Sicilia di un secolo fa. La 26ª edizione, in programma dal 26 al 28 dicembre e dal 2 al 6 gennaio, ha accolto migliaia di visitatori offrendo un’esperienza che supera la semplice rievocazione della Natività: un percorso immersivo tra antichi mestieri, sapori tradizionali e abitazioni che conservano intatta la memoria di un tempo in cui la vita scorreva lenta, essenziale, condivisa.

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Il Rabato – dal termine araborabad, “borgo”, “sobborgo” – affonda le sue origini nell’860 d.C. e ancora oggi mantiene l’impianto urbanistico intricato tipico degli insediamenti arabi. Le viuzze strette, i cortili nascosti, gli archi tra una casa e l’altra e le scalinate che si inerpicano verso il Monte San Paolino compongono un labirinto di gesso e pietra che racconta secoli di storia. Tra gli elementi più caratteristici spiccano i dammusi, antiche abitazioni che durante il presepe si trasformano in piccole scene di quotidianità. All’interno, i muri in pietra viva, le porte in legno consumate dagli anni e i soffitti bassi restituiscono l’immagine di un passato fatto di sacrifici e semplicità. In questi ambienti ristretti vivevano famiglie numerose – anche nove o dieci persone – spesso insieme al bestiame. A completare l’atmosfera compaiono foto di famiglia ingiallite, pentolame annerito dal fuoco, utensili agricoli, coperte tessute a mano e arredi essenziali che raccontano una quotidianità ormai scomparsa.

Appena superato l’ingresso, il percorso si apre con le prime botteghe artigianali. Le donne preparano la pasta, mentre poco più avanti gli artigiani lavorano il lino trasformandolo in fili sottili. Le antiche macine per la pressatura delle olive ruotano lentamente grazie alla forza di un asino, riportando alla memoria la fatica dei campi. Subito dopo questa scena si raggiunge uno dei momenti più attesi: la Natività. Collocata nel punto più elevato del centro storico, all’interno di una casetta in legno semplice e luminosa, la Sacra Famiglia domina dall’alto l’intero quartiere. L’atmosfera si fa più raccolta, quasi sospesa, mentre due zampognai accompagnano la scena con melodie antiche che sembrano nate per quel luogo.

Superata la Natività, il presepe riprende a scendere tra nuove tappe enogastronomiche e altri mestieri. I dammusi ospitano la tessitrice, il fornaio,i viddaniche rievocano la vita nei campi,lu burgisi– il proprietario terriero –,i picuraracon gli animali, lo speziale che espone piante officinali accanto a una sorprendente collezione di farmaci risalenti alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, il barbiere, la sarta e la cantina del vino con antiche botti in legno. Gli oggetti moderni vengono nascosti con cura, le luci sono soffuse, i suoni calibrati per non spezzare l’incanto. A rendere ancora più autentica l’atmosfera sono i canti dei pastori. «Mi piaci la pasta, la guastedda cu l’ugliu, travagliu unni vugliu ne notti ne ghiornu…» intonano alcuni figuranti.“Sono stornelli che cantavano i lavoratori della terra al rientro dai campi al tramonto, magari mentre erano in sella”, racconta Francesco Lo Bue mentre distribuisce ai visitatori ricotta calda appena affiorata dal siero in un calderone. Non mancau pani cunzatuprofumato di origano, l’uovo a strica sali, la zuppa di ceci fumante e la pasta con il macco di fave che accompagnano il lungo cammino. E naturalmente non manca il vino, versato con generosità dai figuranti.

Tra una bottega e l’altra, il percorso conduce a uno dei momenti più intensi della visita: l’esibizione di Nonò Salamone, l’ultimo cantastorie di Sicilia. A oltre ottant’anni, con la sua chitarra classica, Salamone porta non solo la memoria della tradizione, ma anche uno sguardo lucido sul presente. In uno dei suoi brani denuncia le contraddizioni della guerra e delle potenze mondiali, con versi che parlano di bombe “anglo-americane” e di ordigni che arrivano “pi distruggiri e ammazzari”. Il canto mette in luce come, dietro ogni conflitto, si muovano interessi economici enormi, e tra questi il petrolio. «Lu petrolio ognuno voli, tutti li scusi sono boni», ricorda Salamone, sottolineando come la corsa all’oro nero continui a essere una delle cause più profonde di tensioni e violenze nel mondo. Parole che in queste ore sono ancora più attuali, dopo l’attacco statunitense al Venezuela. Il canto di Salamone, nato dalla tradizione siciliana, si è trasformato così in un commento universale: un richiamo a ciò che accade oggi, non solo a ciò che è accaduto ieri.

In un’epoca che corre veloce, Sutera con il Presepe Vivente ricorda che esiste ancora uno spazio dove il passato non è nostalgia, ma identità viva. Ed è forse questo il segreto del suo successo ogni anno: la capacità di far sentire ogni visitatore parte di una storia che continua a camminare, scena dopo scena, voce dopo voce.

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