Corsa contro il tempo nel cuore del canale di Sicilia. Una gigantesca metaniera russa, gravemente danneggiata e ormai senza controllo, sta derivando nel Canale di Sicilia con a bordo un carico di gas naturale liquefatto e gasolio che fa temere un disastro ambientale di proporzioni inedite per il mare nostrum.
La nave, la Arctic Metagaz, lunga 277 metri, è stata colpita tra il 3 e il 4 marzo da una serie di esplosioni che Mosca attribuisce a un attacco con droni marini ucraini. La dinamica non è stata confermata da fonti indipendenti, ma l’effetto è stato devastante: lo scafo ha riportato danni tali da costringere l’equipaggio all’evacuazione immediata, operata dalle autorità maltesi. Da quel momento, la metaniera è rimasta alla deriva, sospinta da venti e correnti in una delle aree più delicate del Mediterraneo centrale. A bordo si trovano oltre 60 mila tonnellate di gas naturale liquefatto e circa 900 tonnellate di gasolio. Una combinazione che gli esperti definiscono “estremamente critica”: un’esplosione potrebbe avere effetti catastrofici, mentre un eventuale sversamento di carburante rischierebbe di contaminare un mare semi-chiuso, con ripercussioni durature su ecosistemi, pesca e turismo.
La posizione della nave cambia di ora in ora. Il sindaco di Lampedusa ha riferito che l’imbarcazione sta “scarrocciando verso Malta”, mentre le autorità dell’isola hanno istituito una zona di interdizione di cinque miglia nautiche attorno allo scafo. L’Italia segue la vicenda con la massima attenzione: a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice d’emergenza presieduto dalla presidente del Consiglio, con la partecipazione dei vertici della Difesa e della Guardia Costiera. Roma e La Valletta sono in contatto costante per valutare possibili interventi tecnici, dal tentativo di stabilizzare la nave fino all’ipotesi, estremamente complessa, di un rimorchio in sicurezza. Ogni operazione, però, comporta rischi elevatissimi. Le dimensioni della metaniera, la natura del carico e l’incertezza sulle condizioni strutturali dello scafo rendono qualsiasi manovra un potenziale detonatore. Nel frattempo, il Mediterraneo trattiene il fiato: la deriva della Arctic Metagaz è diventata un simbolo inquietante della fragilità delle rotte energetiche e della vulnerabilità di un mare già messo alla prova da traffici intensi, tensioni geopolitiche e cambiamenti climatici.