A Nicosia sulle tracce di San Felice: il cammino francescano tra spiritualità, storia e sapori di Sicilia

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Un itinerario che intreccia spiritualità, memoria, valorizzazione dei borghi e tradizioni gastronomiche, invitando a scoprire una Sicilia interna ancora lontana dai circuiti turistici più battuti, ma ricca di storie, testimonianze e luoghi di grande suggestione. È il percorso francescano inaugurato a Nicosia dal borgologo Rosario Patti, alla scoperta dei luoghi legati a San Felice da Nicosia, il frate cappuccino che fece della povertà, dell’umiltà e del servizio agli altri i tratti distintivi della propria esistenza. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di andare oltre la visita turistica tradizionale, trasformando la scoperta del territorio in un’esperienza capace di coinvolgere il visitatore sul piano culturale e spirituale, senza rinunciare al piacere di conoscere le tradizioni locali. Un modo per restituire valore a luoghi che custodiscono una storia importante e per invitare a guardare i borghi siciliani oltre i loro scorci più conosciuti.

IMG 1795 A Nicosia sulle tracce di San Felice: il cammino francescano tra spiritualità, storia e sapori di Sicilia
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Immagini di Grazia Giammusso


A Nicosia, infatti, la dimensione religiosa si intreccia naturalmente con quella della festa e della convivialità. La visita si svolge in concomitanza con la Festa del Cannolo, appuntamento che richiama visitatori nella piazza cittadina. La proposta di Patti è però quella di seguire un itinerario diverso, dedicato alla spiritualità francescana, per poi raggiungere la festa e vivere entrambe le esperienze. Ad accompagnare i visitatori nella memoria del santo è anche l’Associazione Cammino San Felice da Nicosia, presieduta da Rosarita Barbera, impegnata nella valorizzazione dei luoghi e della testimonianza del frate cappuccino.

È soprattutto attraverso il suo racconto che la figura di San Felice acquista una dimensione umana e quotidiana, avvicinandosi al visitatore fino a dare l’impressione di averlo conosciuto da sempre. Il percorso conduce anzitutto alla casa natale di San Felice, al secolo Filippo Giacomo Amoroso, nato a Nicosia nel 1715 e canonizzato da papa Benedetto XVI nel 2005. La piccola abitazione restituisce un’immagine concreta della povertà nella quale crebbe: un unico ambiente condiviso da tutti i componenti della famiglia, insieme agli animali, nel quale trovava spazio anche il banco da ciabattino, legato al lavoro quotidiano.

A Nicosia sulle tracce di San Felice: il cammino francescano tra spiritualità, storia e sapori di Sicilia
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È un luogo semplice, lontano da ogni rappresentazione monumentale, che aiuta a comprendere le origini del santo e il contesto nel quale maturò la sua vocazione. Una scelta di vita che, tuttavia, non fu subito facile da realizzare. Desideroso di entrare nell’ordine dei cappuccini, Filippo Giacomo incontrò inizialmente un ostacolo nella propria condizione di analfabeta. La formazione culturale era infatti considerata necessaria per quanti dovevano dedicarsi alla predicazione e alla diffusione della parola di Dio. Ma la sua determinazione non venne meno: insistette fino a ottenere l’ingresso in convento, dove intraprese il cammino religioso come frate questuante, dedicandosi alla preghiera e al servizio degli altri.

La visita prosegue al Colle dei Frati, dove si trovano il convento cappuccino, la chiesa e gli ambienti dell’antico carcere. Qui la storia religiosa si intreccia con una vicenda più dolorosa: dopo la soppressione degli ordini religiosi nell’Ottocento, il convento venne trasformato in luogo di detenzione. È proprio in questo complesso che la memoria di San Felice assume un significato particolare, soprattutto attraverso la cella tradizionalmente legata alla sua figura. Attraversare i corridoi dell’antico carcere significa entrare in un luogo segnato dalla sofferenza e dalla privazione della libertà. Le celle, spesso condivise da più detenuti a causa del sovraffollamento, raccontano una quotidianità difficile.

Eppure, secondo la memoria tramandata, una di esse rimase vuota per tutta la durata della vita carceraria: quella riconosciuta come la cella di San Felice, quando il complesso era ancora un convento. Una cella vuota soltanto in apparenza, perché nella devozione popolare era considerata abitata dalla presenza spirituale del frate. Un riferimento silenzioso per chi viveva e lavorava nel carcere, tanto per i detenuti quanto per gli agenti di custodia. Si racconta che questi ultimi, prima di iniziare il turno, passassero dalla cella per affidarsi alla preghiera, mentre i reclusi le riservavano rispetto e venerazione. Rosarita Barbera riferisce anche un episodio che restituisce la forza di questa memoria. Quando il carcere venne dismesso, le tensioni sfociarono in atti vandalici che interessarono alcuni ambienti del complesso. La cella legata a San Felice, tuttavia, sarebbe stata risparmiata, come se persino in quel momento difficile fosse rimasta intatta una forma di rispetto condiviso. Un altro ricordo risale al 2 giugno dell’anno 2025.

A Nicosia sulle tracce di San Felice: il cammino francescano tra spiritualità, storia e sapori di Sicilia

Tra i visitatori giunti a conoscere questi luoghi, l’attenzione di Rosarita fu richiamata da un uomo che raccontò di aver trascorso circa otto anni proprio in quel carcere. Nel suo racconto emergeva il legame profondo che, durante la detenzione, aveva sviluppato con la figura di San Felice. Una testimonianza personale che restituisce alla memoria del santo una dimensione viva, capace di attraversare il tempo e di raggiungere anche chi ha conosciuto direttamente la durezza della vita carceraria. San Felice trascorse a Nicosia gran parte della propria esistenza religiosa, dedicandosi alla preghiera e al servizio della comunità. Era un frate vicino alla gente, impegnato anche nella questua per raccogliere quanto necessario al convento e per aiutare i poveri. La sua vita, improntata alla rinuncia ai beni materiali e alla disponibilità verso il prossimo, trova una sintesi nell’espressione che ripeteva abitualmente: “Sia per l’amor di Dio”.


Una frase semplice, ma densa di significato. Non soltanto una risposta o un modo di accompagnare i gesti quotidiani, bensì la sintesi di un’intera esistenza: fare ogni cosa per amore di Dio, senza cercare riconoscimenti e mantenendo sempre lo sguardo rivolto agli altri. È questo il messaggio che permette al percorso di superare i confini della ricostruzione storica, trasformandosi in un’occasione per interrogarsi sul valore della solidarietà, della gratuità e dell’attenzione verso chi ci sta accanto. La dimensione spirituale dell’itinerario trova un momento centrale nell’incontro con fra Salvatore Seminara, che accompagna i partecipanti nella preghiera e nella meditazione. Attraverso il silenzio, il respiro e l’ascolto del Cantico delle creature di san Francesco, la visita si trasforma in un’esperienza di raccoglimento, un invito a rallentare e a ritrovare uno spazio di ascolto interiore. Al centro della riflessione c’è la necessità di allontanarsi dall’egoismo, riconosciuto come una forza capace di ferire i rapporti umani e compromettere gli equilibri familiari.

La preghiera e la meditazione non vengono proposte come una fuga dalla realtà, ma come strumenti per recuperare consapevolezza, attenzione e capacità di ascolto. Un messaggio particolarmente attuale in una società in cui la fretta e la chiusura individuale rischiano spesso di indebolire i legami e di allontanare le persone le une dalle altre. Il percorso offre anche l’opportunità di vivere il Colle dei Frati con tempi più distesi. I cappuccini mettono a disposizione dei viandanti una foresteria, alla quale è possibile accedere contattando direttamente i frati. Una possibilità che rafforza il senso dell’accoglienza e consente a chi lo desidera di trasformare la visita in una sosta più lunga, dedicata alla riflessione, alla preghiera e alla scoperta del territorio.

E poi c’è Nicosia, con le sue strade, i suoi scorci e le sue tradizioni. La spiritualità non esclude il piacere della tavola, ma dialoga con esso. La possibilità di raggiungere la piazza e partecipare allaFesta del Cannolocompleta l’esperienza, mettendo in relazione la memoria religiosa con la cultura gastronomica e la convivialità siciliana. Il viaggio diventa così anche un’occasione per conoscere una comunità attraverso le sue consuetudini, i suoi sapori e i momenti in cui si ritrova e si riconosce.


È proprio questa combinazione a rendere significativa la proposta inaugurata da Rosario Patti: un cammino che unisce la storia di San Felice, la testimonianza dei cappuccini, la memoria dell’antico carcere e la scoperta di un borgo dell’entroterra siciliano. Un’esperienza che invita a guardare la Sicilia non soltanto attraverso i suoi monumenti più celebri, ma anche attraverso quei luoghi in cui le vicende personali, la fede e la vita delle comunità continuano a lasciare un segno.

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