Maxi sequestro da 50 milioni nel settore ittico: affari illeciti tra Italia e Marocco

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Dalle prime ore di questa mattina, i Finanzieri del Comando Provinciale di Caltanissetta e del Reparto Operativo Aeronavale di Palermo stanno dando esecuzione a un provvedimento di sequestro di beni per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro.

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L’operazione, che vede impegnati oltre 60 militari della Guardia di Finanza, con il supporto di mezzi aerei della Sezione Aerea di Palermo e unità navali del Corpo, sta interessando le province di Caltanissetta, Trapani, Ragusa, Agrigento, Salerno, Pescara e anche alcuni paesi del Nord Africa.

Nel mirino degli investigatori l’imprenditore gelese Emanuele Catania, detto Antonino, figura storicamente legata alla cosca dei Rinzivillo di Gela, affiliata a Cosa Nostra. Il sequestro riguarda immobili, veicoli, conti correnti, quote societarie, unità navali e compendi aziendali, riconducibili a un imponente reticolo patrimoniale e familiare.

Le indagini, condotte dal GICO del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Caltanissetta, hanno accertato una sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio accumulato da Catania e dai suoi familiari, riferita al periodo 1985-2022. In totale, i soggetti coinvolti sono 45, tra persone fisiche e giuridiche.

Tra i beni sequestrati anche una società marocchina, la “Gastronomia Napoletana”, riconducibile a Catania, nonostante la formale intestazione a soggetti stranieri. Le indagini hanno rivelato l’uso di intestazioni fittizie e società schermo per eludere i controlli e riciclare capitali illeciti.

Catania, condannato in via definitiva per associazione mafiosa, secondo le autorità ha operato per decenni nel settore ittico grazie alla protezione mafiosa, alterando le regole del mercato e favorendo l’infiltrazione economica dei clan. In particolare, sarebbe stato punto di riferimento per gli investimenti della mafia nel settore della pesca, ritenuto strategico per il controllo del territorio e il riciclaggio.

Numerose le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, già a partire dagli anni ’80, che hanno delineato il legame tra l’imprenditore e il vertice della cosca gelese. Parte dei proventi del traffico di droga sarebbero stati investiti nelle attività riconducibili a Catania e al fratello Antonino “Nino”, indicato come “terzo interessato” nel provvedimento di sequestro.

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