Ravanusa celebra San Giuseppe: le tavole della devozione tra fede, simboli e solidarietà

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Colori intensi, profumi che raccontano storie antiche e mani che lavorano con cura: a Ravanusa la festa di San Giuseppe non è solo una ricorrenza religiosa, ma un rito collettivo che ogni anno rinnova il legame tra fede, tradizione e identità. San Giuseppe, figura silenziosa ma centrale nella tradizione cristiana, è il custode per eccellenza: uomo giusto, simbolo di umiltà e dedizione, protettore della famiglia e dei lavoratori. A lui è legato un culto profondo, che in Sicilia trova una delle sue espressioni più autentiche proprio nelle celebrazioni popolari.

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Il cuore pulsante della festa nel comune dell’agrigentino, sono le “tavole di San Giuseppe“, non semplici allestimenti ma vere e proprie narrazioni visive che raccontano fede, gratitudine e comunità. Tavole che esprimono creatività in ogni dettaglio: pani dalle forme più fantasiose, dolci tipici, frittate, crostate, uova di cioccolato, frutti di martorana, vino e chi più ne ha più ne metta. A completare l’allestimento, non possono mancare strumenti e oggetti legati al mestiere del falegname – martelli, seghe e tenaglie – piccoli simboli che rendono omaggio al Santo.

Nei giorni che precedono il 19 marzo, queste tavole diventano meta di un continuo pellegrinaggio di fedeli e visitatori. Quest’anno sono sedici, distribuite tra abitazioni private, associazioni e strutture del territorio: un intreccio di esperienze diverse unite da un unico filo conduttore, quello della devozione.

Il servizio di Maria Chiara Brancato

A raccontare il valore storico di questa tradizione è Giuseppe Burgio, membro del Comitato della Festa di San Giuseppe: “La festa affonda le sue radici in un passato molto antico. In origine erano i falegnami, devoti al loro patrono, a preparare le tavole in suo onore. A loro si unirono poi i fedeli che avevano ricevuto una grazia e che, per ringraziamento, allestivano la tavola come ex voto. In principio queste tavole erano destinate ai più poveri, soprattutto agli orfani, tanto da essere chiamate “tavole dei virgineddri”. Oggi sono diventate un momento condiviso dalla comunità, ma conservano la loro funzione più autentica: raccogliere viveri da distribuire a chi ne ha bisogno”.

Ed è proprio questo spirito originario che continua a vivere ancora oggi. Le tavole, infatti, non sono solo espressione di devozione, ma veri e propri punti di raccolta di beni alimentari — pasta, latte, riso, biscotti e altri prodotti — destinati alle famiglie in difficoltà.

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Tra le tante storie che emergono, c’è quella di Paola Orlando, che da venticinque anni rinnova il suo gesto di fede: “Per me questa tavola rappresenta una grazia ricevuta. Anni fa ho avuto seri problemi di salute e promisi a San Giuseppe che, se tutto fosse andato bene, avrei allestito la tavola ogni anno. Da allora non ho mai smesso”.

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A lei si affianca la testimonianza di Liliana Drogo, che ha realizzato quest’anno una delle tavole in paese: “La nostra Tavola di San Giuseppe non è un semplice omaggio alla tradizione. Ogni dettaglio è stato curato perché nulla fosse privo di senso”. Spiega, infatti, che la tovaglia verde simboleggia la speranza cristiana, mentre il piatto posto sopra lo specchio rappresenta Dio , in contrasto con il quadrato dello specchio che richiama l’umanità. Tra i viveri, inoltre, spiccano i fiori, che assumono un significato profondo: “I fiori ricordano che il dono genera vita, donando tutto può fiorire”. Un messaggio che racchiude il senso più autentico della tavola, realizzata — racconta — come segno di gratitudine per le vicende gioiose che hanno segnato la loro vita negli ultimi anni.

All’asilo nido comunale, la tradizione si intreccia con un forte impegno sociale: “La nostra tavola vuole essere un segno concreto di solidarietà — spiega Giovanna Avarello — rivolto alle future mamme e alle famiglie in difficoltà. Tutto ciò che raccogliamo sarà destinato al Centro Aiuto alla Vita, per sostenere i bambini e chi si prende cura di loro”.

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Carica di significato anche la tavola del Centro ACAMS, realizzata da Elia Maria Petix, responsabile del Dipartimento sociale e solidarietà, conosciuta da tutti come “nonna Elia”, che con i suoi 85 anni continua a essere un punto di riferimento per la comunità ravanusana: “Questa tavola nasce con un obiettivo preciso: aiutare chi si trova in difficoltà. Non è solo un gesto simbolico o legato alla tradizione, ma un impegno concreto. Prepararla richiede sacrificio, tempo e dedizione, ma lo facciamo con il cuore, sapendo che ogni prodotto raccolto sarà destinato a chi ne ha davvero bisogno. È questo il vero senso della tavola: condividere e tendere la mano agli altri”.

Un esempio di inclusione arriva invece dal CIF – Casa dell’Amicizia, guidato dalla presidente Angela Tricoli. Qui la tradizione è diventata anche occasione di crescita e partecipazione per ragazzi con disabilità, coinvolti in un percorso laboratoriale ispirato a San Giuseppe: dalla lavorazione della ceramica al giardinaggio, fino alla suggestiva rappresentazione della “fuga in Egitto” attraverso il teatro delle ombre. Anche in questo caso, l’impegno si è tradotto in una raccolta di beni destinati a chi vive situazioni di fragilità.

Anche il Convegno di Cultura Maria Cristina di Savoia ha allestito una tavola, con la presenza di alcuni ragazzi in costumi tradizionali. Tra simboli, storie personali e gesti di generosità, la festa di San Giuseppe a Ravanusa si conferma così come una delle espressioni più autentiche della tradizione siciliana: un momento in cui la bellezza degli allestimenti incontra il valore profondo della condivisione. Perché, dietro ogni tavola, non c’è solo devozione: c’è una comunità che si prende cura di sé stessa.

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