Il referendum non ha raggiunto il quorum. Ancora una volta.
E ancora una volta, la vera battaglia non si è giocata tra il Sì e il No, ma tra chi ha scelto di alzarsi dal divano per esercitare un diritto democratico e chi ha preferito lasciar passare tutto in silenzio. E il silenzio, purtroppo, ha vinto.
In Sicilia, l’affluenza è stata poco più del 23%: Agrigento fanalino di coda con un misero 19,6%, Enna la “più virtuosa” con un comunque insufficiente 25,48%. Tutte le altre province seguono lo stesso schema, ferme su numeri che parlano chiaro: abbiamo scelto di non scegliere.

Ma non è solo una questione di numeri. È il sintomo di un male più profondo: l’Italia è diventata il Paese dell’astensione selettiva, dove si partecipa solo se ci sono nomi familiari, simboli rassicuranti, partiti tifati. Se il referendum non ha l’hype di una battaglia politica tra volti noti, allora diventa invisibile. Irrilevante.
“Tanto non cambia nulla”, “non mi riguarda”, “non ho tempo”: le giustificazioni si moltiplicano, ma tutte convergono verso lo stesso punto. Il disinteresse è diventato comodo.
Siamo sempre più spettatori e sempre meno cittadini. Ci lamentiamo della politica, delle ingiustizie, della burocrazia, ma ci rifiutiamo di usare gli strumenti per cambiare le cose. Non votiamo, ma pontifichiamo. Non ci informiamo, ma giudichiamo. Pretendiamo diritti, ma senza impegno, senza responsabilità.
In questa logica distorta, anche il quorum è diventato un paradosso: non più stimolo alla partecipazione, ma alibi per l’astensionismo organizzato. Chi vuole che il referendum fallisca non discute nel merito, non entra nel cuore della questione, semplicemente invita a non votare. E funziona.
Abbiamo trasformato la democrazia in un talk show, il voto in una partita, la partecipazione in un’opzione. Ma la verità è che la politica, quella vera, ha bisogno di presenza, non di slogan. Ha bisogno di cittadini, non solo di spettatori.
Il fallimento del referendum non è solo un dato numerico, ma la fotografia di un paese che si sottrae al proprio futuro.
Abbiamo lasciato che la nostra voce si spegnesse, mentre restiamo fermi ad aspettare che qualcun altro agisca per noi.


















