Caltanissetta — Un’ipotesi investigativa pesante, incardinata in atti e riscontri d’indagine, riapre il capitolo sui contorni oscuri che fecero da sfondo alle stragi del 1992. Nel corso dell’audizione svolta dinanzi alla Commissione Nazionale Antimafia, alla presenza del procuratore capo Salvo De Luca, è stato il procuratore aggiunto Pasquale Pacifico — che si è occupato dell’indagine in prima persona, affiancato dai pubblici ministeri componenti del pool stragi Claudia Pasciuti, Nadia Caruso e Davide Spina — a tracciare lo stato degli accertamenti sulla cosiddetta massoneria deviata. Al centro dell’approfondimento vi sono le perquisizioni disposte «presso le abitazioni dell’allora o meglio l’allora ma il defunto procuratore di Caltanissetta dottor Tinebra». Le attività istruttorie traggono origine da «attività di indagine svolte, diciamo, dalla DIA di Napoli» in un periodo compreso «tra il 98 e il 99», che riguardavano «dei conclamati massoni napoletani». Negli atti, ha spiegato il magistrato, «si faceva riferimento anche alla presunta appartenenza del dottor Tinebra ad una loggia massonica coperta».
Il nucleo centrale dell’intervento del procuratore Pacifico si è concentrato sulla portata e sulla logica di questi accertamenti: «La rilevanza quale è? Mi sembra ovvia», ha sottolineato il procuratore aggiunto, evidenziando che «comprendere se chi dirigeva all’epoca la Procura di Caltanissetta nello stesso periodo in cui c’è stato quello che con sentenza passata in giudicato è stato definito il più grosso depistaggio della storia giudiziaria italiana, fosse o meno un soggetto legato agli ambienti massonici, riteniamo che non sia una cosa proprio irrilevante». Pur precisando che «più di questo non posso dire perché ovviamente abbiamo ancora attività di indagine in corso», la Procura ha confermato di aver individuato quale dovesse essere la presunta loggia di riferimento e di aver eseguito le relative perquisizioni (loggia Nicosia ndr).
L’audizione ha toccato anche i riscontri documentali emersi da altri filoni e richieste d’archiviazione dell’ufficio giudiziario — tra cui i riferimenti alla dante causa «dell’obbedienza romana di Palazzo Giustiniani» e ai presunti legami con esponenti della Calcestruzzi S.p.A. e dichiarazioni di collaboratori di giustizia — inseriti in un contesto d’indagine più ampio orientato a sondare se la massoneria non ufficiale e coperta possa avere rappresentato una «stanza di compensazione» tra interessi politici, imprenditoriali e mafiosi. Nel replicare alle domande dei commissari, i magistrati hanno ribadito la necessità di attenersi agli atti e ai riscontri oggettivi, mantenendo il massimo rigore e il doveroso riserbo istruttorio in ordine a un’attività d’indagine ancora in corso che punta a fare luce su uno dei capitoli più complessi e controversi della storia giudiziaria nazionale.



















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