Carabinieri Controlli 3 Caltanissetta, due misure cautelari per usura e autoriciclaggio con aggravante mafiosa Carabinieri Controlli 3 Caltanissetta, due misure cautelari per usura e autoriciclaggio con aggravante mafiosa
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Caltanissetta, due misure cautelari per usura e autoriciclaggio con aggravante mafiosa

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Un’articolata indagine della Compagnia Carabinieri di Caltanissetta, coordinata dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, ha portato all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti, entrambi già detenuti per una precedente condanna in primo grado per estorsione aggravata dal metodo mafioso. I due sono ora indagati per usura e autoriciclaggio, con l’aggravante di aver agito avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis del codice penale.

Al centro della vicenda emerge la figura di un imprenditore nisseno attivo nel settore dei trasporti. La crisi economica seguita al periodo pandemico, unita all’impossibilità di accedere ai canali ufficiali del credito, lo avrebbe spinto a rivolgersi ai due indagati per ottenere un prestito di 35.000 euro in contanti. Da quel momento, secondo l’impostazione accusatoria accolta dal Gip, si sarebbe innescato un meccanismo usurario estremamente oneroso: interessi mensili tra i 3.500 e i 4.000 euro, equivalenti a un tasso annuo compreso tra il 137% e il 140%. Il debito, invece di ridursi, sarebbe cresciuto in modo esponenziale. L’imprenditore avrebbe versato oltre 80.000 euro di soli interessi, arrivando a superare complessivamente i 120.000 euro senza riuscire a intaccare in modo significativo il capitale iniziale. La pressione economica, unita al clima di intimidazione, avrebbe consolidato uno stato di soggezione che gli inquirenti ritengono coerente con il metodo mafioso contestato.

La contestazione di autoriciclaggio riguarda le operazioni messe in atto per ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme. Gli indagati avrebbero utilizzato una società amministrata da uno di loro per emettere una fattura fittizia da circa 12.000 euro relativa a prestazioni e forniture mai avvenute. Questo espediente consentiva alla vittima di giustificare formalmente i bonifici bancari, che venivano poi immediatamente prelevati in contanti o trasferiti su carte prepagate riconducibili agli stessi indagati. Il meccanismo, secondo gli investigatori, non solo permetteva di “ripulire” il denaro, ma contribuiva a mantenere la vittima in una posizione di apparente regolarità, rendendo più difficile per l’imprenditore denunciare la situazione senza esporsi a ulteriori rischi.

L’aggravante mafiosa, contestata dalla Procura, si fonda su una serie di elementi ritenuti indicativi del ricorso a un metodo intimidatorio tipico delle organizzazioni criminali. Tra questi, la nota appartenenza di uno degli indagati a un sodalizio mafioso operante a Caltanissetta, già emersa in precedenti procedimenti; la reticenza iniziale della vittima nel ricostruire i fatti, superata solo dopo l’esibizione di documentazione inequivocabile da parte degli inquirenti; l’imposizione di ulteriori somme in caso di ritardi nei pagamenti; le pressioni affinché l’imprenditore onorasse il debito anche vendendo beni personali come auto o moto; e la consegna di metà banconota come segno di riconoscimento per eventuali terzi incaricati della riscossione, un metodo che richiama modalità operative consolidate in contesti mafiosi.

L’inchiesta trae origine da un precedente intervento dei Carabinieri, che nel 2023 aveva portato all’arresto in quasi flagranza di uno degli odierni indagati per estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un altro imprenditore nisseno. Quell’ipotesi era stata successivamente estesa anche al secondo soggetto, e il Tribunale di Caltanissetta li aveva condannati in primo grado rispettivamente a 12 anni e a 8 anni e 8 mesi di reclusione. Le nuove contestazioni si inseriscono dunque in un quadro investigativo già consolidato, ampliandone la portata e delineando un sistema criminale più articolato.

Il Gip del Tribunale di Caltanissetta, condividendo il quadro indiziario presentato dalla Procura, ha disposto la custodia cautelare in carcere per entrambi gli indagati. La misura è stata notificata direttamente nell’istituto penitenziario dove i due si trovano già ristretti per la precedente condanna. Contestualmente è stato ordinato il sequestro preventivo delle somme presenti su conti correnti, depositi o altri rapporti bancari riconducibili agli indagati, con l’obiettivo di impedire ulteriori movimentazioni sospette. Il provvedimento richiama anche un recente intervento della Prefettura di Caltanissetta, che aveva emesso un’informazione interdittiva antimafia nei confronti di una nota azienda locale operante nel settore dell’igiene ambientale. La decisione era motivata dal rischio di infiltrazione mafiosa legato ai rapporti di parentela acquisita tra i soci e uno degli odierni indagati, ritenuti tali da poter condizionare scelte e indirizzi della società.

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