C’è un asse invisibile ma solido che in questo momento unisce la Procura di Caltanissetta, i corridoi di Palazzo dei Normanni e i coordinamenti locali di Forza Italia. È l’asse del terremoto giudiziario, una sequenza di scosse ravvicinate che sta ridisegnando la geografia politica del centrodestra nell’isola, con un epicentro chiaramente localizzato nel nisseno. Una bufera che ripropone, con geometrica regolarità, il catalogo dei reati tipici dei cosiddetti colletti bianchi: dalla corruzione propria al falso ideologico, fino alle ipotesi di turbata libertà degli incanti, dove l’esercizio della funzione pubblica si piega al mercimonio o all’interesse clientelare.
L’epicentro nisseno: dal “Sistema” al caso Sommatino
La mappa del contagio giudiziario forzista parte inevitabilmente da Caltanissetta, dove le inchieste degli ultimi mesi hanno colpito i vertici della rappresentanza istituzionale. Il primo segnale di cedimento strutturale è arrivato a febbraio con l’arresto del deputato regionale Michele Mancuso. L’accusa parla di corruzione in senso stretto: dazioni di denaro contante volte a indirizzare i flussi dei finanziamenti regionali – la gestione definita transattiva delle cosiddette “mance” di bilancio all’ARS – a favore di associazioni compiacenti.
Dal capoluogo la pressione si è spostata agli enti strumentali con l’inchiesta sul Cefpas, l’ente di formazione della sanità siciliana. Qui il coinvolgimento del parlamentare agrigentino Riccardo Gallo Afflitto solleva lo spettro dell’asservimento della funzione pubblica a logiche di fazione: le ipotesi di reato, che spaziano dalla corruzione al falso ideologico, delineano condotte tipiche dei White-Collar Crimes, caratterizzate dalla manipolazione di delibere e commissioni per blindare nomine apicali e distribuire consulenze a cerchie familiari e fiduciarie.
L’ultimo fronte, in ordine di tempo, lambisce gli enti locali e scuote il comune di Sommatino. La richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla procura guidata da Salvatore De Luca nei confronti del sindaco Salvatore “Totò” Letizia, insieme alle richieste di arresti domiciliari per il vicesindaco Castellano e l’assessore Rumeo, offre uno spaccato classico della corruzione burocratico-amministrativa. Al centro del quadro probatorio si incrociano le due varianti della patologia dei colletti bianchi: i grandi appalti pubblici (dalla riqualificazione di Villa Garibaldi al consolidamento del costone di contrada Sant’Anna) alterati da presunte mazzette ai tecnici comunali, e la micro-corruzione d’uso, fatta di contanti drenati dagli ambulanti delle sagre locali e utilità minori convertite in benefit privati.
Le reazioni a catena e lo stallo dei commissariamenti
Il quadro si allarga se si considerano le fibrillazioni nel resto della Sicilia, come il caso di Riccardo Gennuso nel Siracusano, che ha imposto l’autosospensione dalla commissione regionale antimafia. Sebbene le vicende siano formalmente distinte, la sommatoria dei procedimenti sta generando un cortocircuito politico non più gestibile con le consuete note di solidarietà garantista.
La reazione del partito, finora, è stata caratterizzata da una evidente paralisi decisionale. Davanti a un quadro che vede la provincia di Caltanissetta sostanzialmente azzerata nelle sue catene di comando politico, la macchina dei commissariamenti interni appare bloccata. La governance regionale di Forza Italia esita a recidere i nodi e a nominare una reggenza straordinaria per il coordinamento nisseno, congelando una transizione che le opposizioni, ma anche pezzi interni alla stessa maggioranza di governo guidata da Renato Schifani, indicano come non più procrastinabile. A complicare il quadro, la “guerra civile” sotterranea che agita il partito a Caltanissetta città, dove la mancanza di una catena di comando provinciale ha innescato l’ennesimo corto circuito tra i banchi di Palazzo del Carmine. L’ultima diatriba, consumatasi ieri, ha visto contrapposti l’ex assessore Marcello Mirisola e l’assessore Guido Delpopolo: un posizionamento tattico sul crinale della legalità formale e dell’opportunità politica, sintomo di una base ormai priva di baricentro che, orfana di un coordinamento legittimato, cerca sponde direttamente a Palermo con il coordinatore del partito Nino Minardo, frammentando ulteriormente le correnti locali.
La necessità di un azzeramento e di un commissariamento immediato non risponde soltanto a un’esigenza di igiene politica, ma alla necessità di sottrarre la gestione del partito nel territorio a una condizione di oggettiva supplenza giudiziaria, che rischia di paralizzare l’azione amministrativa degli enti locali e il dialogo con gli alleati di coalizione.